michela mancino

Approfondimenti

Neurodivergenze e mentalizzazione

Due idee che guidano il mio lavoro. La prima riguarda le differenze di funzionamento; la seconda, la capacità di capire la mente, la nostra e quella degli altri.

Le racconto qui in parole semplici, con qualche esempio di vita quotidiana.

Neurodivergenze

Ognuno di noi funziona in modo diverso, chi più e chi meno.

La parola neurodiversità nasce alla fine degli anni Novanta per dire una cosa semplice: i cervelli umani non sono tutti uguali, e questa varietà fa parte della diversità umana, come il colore degli occhi o il carattere. Si parla di neurodivergenza quando il modo di percepire, pensare, imparare o stare con gli altri si discosta da quello della maggioranza, che chiamiamo neurotipico.

«Normale» è un concetto statistico: indica ciò che è più frequente, non ciò che è sano o giusto.

Uno spettro, non una casella

Autismo, ADHD, DSA, alta sensibilità: sono condizioni diverse, che spesso si intrecciano e che si esprimono in modo molto diverso da persona a persona. Ogni profilo porta con sé delle fatiche, e anche dei punti di forza.

Questo non significa negare le difficoltà. Alcune condizioni richiedono un supporto clinico vero e proprio, e riconoscerlo è un atto di rispetto.

Quando è il contesto a rendere tutto più difficile

Scuola, lavoro e vita sociale sono spesso costruiti a misura di chi è neurotipico. Molta fatica nasce dal disallineamento tra il modo in cui una persona funziona e ciò che l’ambiente le chiede: in letteratura si parla di neurocognitive mismatch.

Quando una neurodivergenza non viene riconosciuta, o viene riconosciuta tardi, si rischia di vedere solo le conseguenze, come l’ansia o la scarsa stima di sé, e non ciò che c’è sotto.

Nella vita di tutti i giorni

  • A scuola

    A fine mattinata un bambino di nove anni «non sta più fermo». Non è maleducazione: per lui stare seduto e attento per ore costa una fatica enorme. Una pausa di movimento può cambiargli la giornata.

  • A casa

    Una bambina si copre le orecchie quando in cucina ci sono rumori e voci insieme. Non è un capriccio: sta ricevendo troppi stimoli tutti in una volta. Un angolo tranquillo può essere la risposta.

  • Da adulti

    Una persona scopre a trent’anni di avere un funzionamento ADHD. Molte fatiche del passato, finalmente, hanno un nome e un senso.

Includere fa bene a tutti

Credo che siano anche gli ambienti a doversi adattare alle persone, e non soltanto il contrario. Un’aula meno rumorosa, istruzioni chiare, tempi un po’ più flessibili aiutano chi è neurodivergente, e rendono la vita più semplice anche a tutti gli altri.

Mentalizzazione

Mentalizzare significa leggere i comportamenti, nostri e degli altri, come espressione di emozioni, pensieri, bisogni e intenzioni.

È la capacità di chiedersi «che cosa starà provando?» oppure «perché sto reagendo così?». La usiamo ogni giorno, spesso senza accorgercene. Il concetto è stato sviluppato soprattutto dallo psicologo Peter Fonagy e dai suoi colleghi: si costruisce fin dall’infanzia, dentro le relazioni con chi si prende cura di noi.

Nella vita di tutti i giorni

  • Lo zaino

    Un bambino entra in casa e lancia lo zaino per terra. Si può leggere come una sfida, oppure chiedersi che giornata abbia avuto. Nella seconda domanda c’è la mentalizzazione.

  • I monosillabi

    Una ragazza risponde solo a monosillabi. Dietro possono esserci rabbia, stanchezza, vergogna o bisogno di spazio: capire quale sia cambia il modo di risponderle.

  • La voce alta

    Un genitore si accorge di alzare la voce più del solito, e si chiede che cosa lo stia mettendo così sotto pressione. Anche questo è mentalizzare.

Perché è importante

Quando riusciamo a mentalizzare, le emozioni diventano più comprensibili, e quindi più gestibili; le relazioni si fanno più sicure e i conflitti meno spaventosi.

Quando questa capacità vacilla, per esempio sotto stress, è più facile fraintendersi e reagire d’impulso. Succede a tutti, adulti compresi.

Come la porto nel mio lavoro

La mentalizzazione attraversa tutto ciò che faccio. In una valutazione mi aiuta a guardare oltre il punteggio di un test. Con i bambini, a dare parole a ciò che sentono. Con i genitori, a leggere i comportamenti dei figli come messaggi, e non come provocazioni.

Ti ritrovi in queste parole?

Se vuoi parlarne, per te o per tuo figlio, scrivimi. Un primo contatto non impegna a nulla.

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